Un caffé con San Pietro
a proposito di uno spot che manda i poeti in cielo l'ultima parola
di Paolo Mauri
13 aprile 2001
In questi giorni non è difficile imbattersi in una pubblicità televisiva in cui, per burla, si promette ai poeti la salvezza sotto forma di paradiso tra le nuvole dove non si fa altro che bere un noto caffè. Per salvarsi c'è chi dice di aver scritto l'Infinito e anche T'amo pio bove.
È uno scherzo, d'accordo, ma non sarebbe sbagliato dire che le poesie sono un po' anche di chi le legge e non solo di chi le ha scritte. Con le più note (che tutti subito riconoscono) succede un po' quello che accade con i monumenti celebri di cui i cittadini di questa o quella città si sentono un po' proprietari e custodi per esserci vissuti accanto. Studiare o meglio godere un'opera d'arte significa dunque condividerla. Ed è un peccato che mentre l'architettura e un po' di arte stando sotto gli occhi di tutti continuino ad essere vissute, la poesia resti per i più un ricordo scolastico fatalmente sempre più remoto.
Insomma le poesie non si incontrano per la strada (come accade invece con le chiese o i palazzi) ed è difficile pretendere che uno d'improvviso le vada a leggere da qualche parte. Eppure le poesie sono una straordinaria sintesi del mondo, del pensiero, dell'emozione di vivere. Potrebbero benissimo arrivare a più gente se si tenesse conto che il vero vettore ideale della poesia è l'aria, è la voce. Le poesie sono nate per essere lette e di conseguenza ascoltate e magari ricordate, mandate a memoria, come tutti fanno con le canzonette. Invece è rarissimo che, per radio ad esempio, si leggano di tanto in tanto poesie. Che male ci sarebbe a buttarne lì una la sera tardi, la mattina presto o magari di tanto in tanto sul 103,3 che accompagna i nostri viaggi in auto? Certo bisogna saperle scegliere e non pretendere di rubare troppo tempo. Ma quando in "Quattro matrimoni e un funerale" fu letta una poesia di Auden mezza Inghilterra andò in visibilio e Auden guadagnò subito la cima delle classifiche. La poesia sta benissimo dappertutto. Anche nella pubblicità con cui ha diverse parentele. Basta tenerla lontano da certa retorica.
L’altro giorno su questo nostro prezioso giornale c’era una notiziola. Stringata. Diceva che la saga del caffè Lavazza con i suoi spot ultraventennali era lì per volgere al termine. Addio, insomma, paradiso, l’unico al momento possibile, accessibile, a prezzo scontato, un paradiso che nel dominio nazional-popolare della pubblicità sembra talvolta insidiare perfino quell’altro, sì, il letterario, il poetico dantesco, il Paradiso stesso. Il paradiso supplementare cui ci ha ormai abituati la televisione è innanzitutto un capolavoro di costosissima cura scenografica a favore di una tazzina fumante.
Bambagia di nuvole e azzurri, e guarniture d’oro qua e là a ingentilire la biacca. Non meno bianchi immacolati gli abiti di scena dei protagonisti di tanta apoteosi celeste, ancora una variante dell’azzurro. Rinunciando a ripercorrere per intero la genealogia del nostro spot, potremmo dire che in ordine di tempo gli ultimi a presidiare quell’ettaro di settimo cielo commerciale rispondono ai nomi di Paolo Bonolis e del suo scudiero Luca Laurenti. Già un’eco lontana nella memoria invece il Tullio Solenghi di anni addietro e forse perfino la guest-star di Hollywood, Julia Roberts cui di recente è stato affidato il ruolo della bocca botticelliana, davvero passata inosservata quest’ultima.
Come avrete notato, abbiamo volutamente fin qui evitato di citare il vero dominus-principale dell’intero paradiso Lavazza, ossia San Pietro-Riccardo Garrone
Grandissimo volto della commedia cinematografica all’italiana (da La dolce vita a I complessi, dove interpreta, sempre a suo modo, una maschera di meraviglioso mascalzone latino, anzi, romano). In verità, la vera notizia che ci rassicura risiede nel fatto che San Pietro-Garrone rappresenta l’unico segno di continuità dell’intera epifania commerciale. E forse non si pecca d’eccesso notando che, così facendo, egli è ormai entrato di diritto nella galleria dei santi, nella loro iconografia se non proprio ufficiale, canonica, certamente “apocrifa”.
E tutti noi sappiamo che non sempre un Vangelo ha bisogno del sigillo della Chiesa per apparire toccante, credibile
Le poche notizie in nostro possesso circa gli avvicendamenti in paradiso garantiscono l’arrivo di un nuovo inquilino, Enrico Brignano, bravissimo, ragazzo d’oro, eppure il neofita non ce ne vorrà se questa breve nota ha scelto di trasformarsi in un peana assoluto per il più antico residente della storia, straordinario Riccardo Garrone.
Mettendo adesso da parte ogni prevedibile plauso sulla sua storia di attore-icona (dal frate don Fulzenzio in Venezia, la luna e tu di Risi a La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini), ci piace altrettanto aggiungere che perfino nei panni d’altissimo concierge a guardia di una tazzina e del suo marchio, Garrone riesce a salvare la memoria di una grande stagione che lo ha visto presenza fissa, quella del cinema d’oro, se c’è un cruccio riguarda semmai la responsabilità di chi non ha mai voluto farne un protagonista perfino drammatico della nostra cinematografia, il fatto che abbia infine ottenuto le chiavi del paradiso è soltanto un minuscolo risarcimento rispetto a ciò che Riccardo avrebbe meritato e ancora meriterebbe. Grazie di tutto, maestro.
*Dal blog di Fulvio Abbate il Fatto quotidiano.
My Movies
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24 APRILE 2022
di Simonetta Fiori,
Antonio Gnoli
Corrado Augias
In morte di San Pietro (alias Riccardo Garrone)
anche Maurizio Crozza nel paradiso Lavazza
Ciao Riccardo, salutaci tanto Alberto e Nino
Perché San Pietro si trova sulla soglia del Paradiso?
ovvero, della poderosa lettura intertestuale di (San) Carlo Ossola, sempre sia lodato
Otto Weininger, Delle cose ultime
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«Raccogliete queste parole, che non siano un seme perduto!
Covate le mie parole, fatele crescere, fatele parlare!».
Le ultime parole di René Daumal
«Tutta la notte cercò di estrarre dal cuore la parola impronunciabile»
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